Tre settimane in lavatrice

Quello della scorsa estate è stato il mio primo, tanto atteso, viaggio in Kenya. Ci sarebbe talmente tanto da dire su questa esperienza che ho passato l’ultima ora a fissare la mia pagina bianca senza riuscire a scrivere neanche una parola. Mi risulta difficile esprimere a parole quello che abbiamo visto e vissuto – ma penso sia importante fare del mio meglio per condividere quelle che sono state alcune delle più difficili e più belle settimane della mia vita.

La sensazione che ho provato più spesso durante il mio soggiorno in Africa è stata quella di non avere abbastanza spazio dentro per contenere l’invasione di emozioni intense e contraddittorie con cui venivo continuamente confrontata.
L’incondizionato affetto dei bambini e ragazzi dello showground, praticamente istantaneo e indistruttibile. Questi bimbi possiedono una gioia di vivere che non avevo mai incontrato prima e ti trasmettono un affetto e un’energia incredibili. Impossibile non adorarli (e, lo ammetto, avere voglia di portarseli via nella valigia!) e sentire il bisogno di fare qualcosa per aiutarli ad avere un futuro migliore; indipendente e felice.
La rabbia, il senso di ingiustizia e d’impotenza di fronte alle situazioni di vita disperate delle famiglie e dei bambini che siamo andati a trovare in diverse zone della Coast keniota; il dolore (non saprei definirlo altrimenti) che si prova venendo a conoscenza del passato violento e terrificante di molte delle -soprattutto- ragazze che abbiamo incontrato. Che Carolina, ragazzina dal sorriso dolce, sieropositiva in seguito agli abusi subiti dal patrigno quando era ancora una bimba, possa aver ritrovato la voglia di vivere e la forza di lasciarsi avvicinare dalle persone ha, secondo me, del miracolo. Impossibile anche solo immaginare l’orrore di quello che ha vissuto e difficile trovare qualcosa da dirle che non sembrasse stupido, privo di senso.
I sensi di colpa per la vita fortunata che sapevo avrei ritrovato pronta ad aspettarmi una volta lasciata l’Africa; per quello che ho e altri no, la paura di dimenticare una volta ritrovato il mio tran-tran quotidiano.
La meraviglia e l’ammirazione alla vista di certi paesaggi e di fronte al coraggio e la forza di alcune persone fantastiche, che non si sono lasciate abbattere dalle difficoltà e continuano a lottare per un futuro più prospero e felice.
La sensazione di essere insignificante e al contempo orribilmente ingombrante; di occupare più dello spazio che mi sarebbe dovuto.
La gioia (impagabile) di sentirsi importanti per qualcuno, di scoprire di poter fare qualcosa di veramente utile. Sapere di potere migliorare concretamente, anche se in minuscola parte, la vita di un’altra persona è un gran dono, e una sensazione che auguro a tutti.
La difficoltà di comunicare quando la lingua, la mentalità e il vissuto sono così differenti, e nonostante tutto la sorpresa di scoprire quanto si può avere in comune con delle persone che hanno una vita diametralmente opposta alla nostra.

La tristezza di salutare gli amici appena trovati sapendo di non avere modo di contattarli per diverso tempo, ma anche la certezza di ritrovarli molto presto.

Al mio ritorno a Parigi, mi sono sentita come se avessi passato tre settimane a girare a grande velocità in una lavatrice. Svuotata e con l’urgente bisogno di rimettere la mia vita e tutto ciò che fino ad allora avevo dato per scontato in una prospettiva sensata.